Paris, Giorno 7: Contemporaneità

 

Contemporaneità.

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Paris, Giorno 6: Nostalgia

 

Nostalgia. Marché aux Puces de Saint-Ouen, Porte de Clignancourt. Tirava un vento freddo domenica mattina, ma ciò non ha impedito ai curiosi, soprattutto turisti, di vagare tra le casine che ospitano il famoso mercatino delle pulci di Saint-Ouen, uno dei più grandi di Parigi.

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Un orso di peluche che sembra attendere ancora la padrona che lo venga a prendere, un vestito vintage intriso di passato che aspetta di poter tornare tornare alla gloria passata, mobili riverniciati che albergano vecchi souvenir e soprammobili dimenticati in qualche soffitta.

Chiamano nostalgia quella condizione psicologica che provoca una profonda tristezza e, talvolta, la morte. Letteralmente “il dolore del ritorno”, la chiamavano mal du pays e si sviluppava pungentemente sopprattutto in coloro che lasciavano la propria terra in cerca di una vita migliore. Un sentimento che attingeva soprattutto a ricordi il più delle volte idealizzati. Uno stato d’animo che si perdeva verso paesi lontani, persone perse e oggetti abbandonati in qualche scantinato del paese. Roberto Beneduce, etno-psichiatra italiano, ha affermato che:

Se prima del viaggio si erano costruiti progetti e speranze ed erano state tracciate le premesse di una nuova autonomia, dopo qualche tempo, quando i problemi incontrati nei paesi ospiti hanno finito con l’estenuare questa carica progettuale e i bisogni affettivi si sono resi insopprimibili, può accadere al migrante di sentire il proprio progetto esistenziale spezzarsi. Egli può avvertire intorno a sé forze più grandi che lo spingono alla deriva fino a fargli mancare i riferimenti più concreti e irrinunciabili.

Quando non si riesce ad avere la giusta distanza tra luoghi, persone e ricordi, la nostalgia può diventare patologica e trasformarsi in una vera e propria sofferenza fisica. Causa spesso di una ricerca di un’identità stereotipata, una delle cure proposte e, sembrerebbe, funzionanti sarebbe l’inserimento del nostalgico patologico nell’ambiente sociale in cui vive e la sua integrazione in una rete sociale locale.

Chiamata emozione storica perché causata dall’irreversibilità del tempo (Vladimir Jankélévitch), entra nella letteratura come “nostalgie des pays e des bonheurs inconnusnostalgie d’un pays q’on ignore” grazie ai versi di Baudelaire, iniziatore di una vera e propria moda per il “malinconico senso di perdita”.

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Paris, Giorno 5: Rosso

 

Rosso. Il colore della passione, del sangue, della vita. Un colore che si manifesta quando un soffio vitale si spegne. Come quello della giornalista russa Anna Politkovskaja, che ha dato la vita per raccontare le storie di chi soffriva dicendo

Voglio fare qualcosa per altre persone usando il giornalismo. L’unico dovere di un giornalista è scrivere quello che deve.

Irina Fadeeva, un ostaggio sopravvissuto al sequestro al teatro Dubrovka, in un’intervista ha affermato:

Come si fa ad uccidere qualcuno che è armato solo della sua penna?

 

Uccisa nell’ascensore di casa sua il 7 ottobre 2006 da quattro colpi di pistola mentre rientrava. Un giorno come un altro per morire per Anna, che accettò il rischio come parte del lavoro di un giornalista russo.

Ecco la puntata di La Storia siamo noi dedicata alla vita di questa donna che fece solo ciò che sentiva di dover fare come giornalista. Una vita solitaria da reietta, come si definiva lei stessa, per aver continuato a scrivere sulla Cecenia e per aver avuto una risonanza a livello internazionale. Una solitudine forse ripagata dalla gratidudine delle vittime a cui ha sempre prestato la sua penna e la sua voce.

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Diario russo è il testamento morale della Politkovskaja. Una descrizione minuziosa e documentata della politica russa dal 2003 al 2005, unita a una narrazione lucida e tagliente del cambiamento della società, lacui coscienza morale sembrava voler tenere strenuamente a galla.

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Paris, Giorno 4: Ritratto

 

Ritratto. Stazione della Metro St-Michel, Jalila. Un volto e un sogno da inseguire…

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Paris, Giorno 3: Violenza

 

Violenza. La violenza sui corpi e dei corpi. Violenza mascherata da eleganza, bellezza o da lavoro. Quando la cultura fa credere all’essere umano che il gusto sia naturale e innato [Pierre Bourdieu]. Quando si dice: “tanto è un mestiere che è sempre esistito”. Piedi artificiosamente piccoli, colli lunghi, teste allungate, lobi delle orecchie bucati, organi genitali cuciti o tagliati…

Una violenza profonda, strutturale come la chiamerebbe Johan Galtung, ossia una violenza che pervade il quotidiano, che è determinata dall’organizzazione sociale stessa e dalle disuguaglianze che in seno ad essa si creano.

Una banalizzazione della violenza, una naturalizzazione di essa, che pervade i gesti abituali, ovvi, nascondendo in sè sofferenze camuffate da consuetudine e normalità. Un malessere profondo che si insinua senza poter essere riconosciuto e combattuto. La tradizione, la moda, la cultura, danno una parvenza di eterno a ciò che popoli e culture creano e disfano incessantemente.

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